The greeks and indigenous

Benvenuti a Gerace

Chiamata anche

Con l'VIII secolo la Calabria meridionale jonica si apre a unflussi provenienti dalla Sicilia orientale, come dimostra l'adozione da parte delle popolazioni locali della tomba a grotticella (caratteristica delle culture siciliane) al posto di quella a fossa (ancora diffusa nel resto della Calabria). Sikeloi sono infatti gli abitanti della Locride secondo le fonti greche. In questo periodo alla decadenza di Gerace corrisponde il massimo sviluppo dell'abitato posto sul pianoro di Janchina, tra le fiumare di Gerace e Portigliola, che doveva costituire il centro più importante di tutta la regione. Con la fondazione della colonia di Locri Epizefiri, attorno al 700 a.C., questo insediamento viene completamente abbandonato, ma le popolazioni sicule continuarono ancora per almeno un secolo a convivere pacificamente accanto ai coloni greci in villaggi di minore entità.
Uno di questi insediamenti minori doveva essere collocato nell'area di Gerace.
Al momento non sono state ancora individuate tracce delle abitazioni di questo periodo, ben rappresentato però dai corredi della necropoli in contrada Stefanelli. Si tratta di un sepolcreto costituito da una trentina di tombe a camera scavate nella roccia, disposte su un declivio, probabilmente lungo due sentieri paralleli scavati nella roccia. I sepolcri sono di forma approssimativamente quadrata, con basse banchine disposte su due o più lati, talvolta preceduti da una anticamera. Per la maggior parte non conservano più la volta, crollata in antico. Come le analoghe strutture della più antica necropoli di Canale-Janchina, scavata da Paolo Orsi all'inizio del '900, ospitavano più sepolture, probabilmente i componenti di una stessa famiglia.

Ritratto di zingara
L'aspetto delle donne indigene cariche di ornamenti di bronzo, non doveva essere molto diverso da quello di questa zingara, ritratta in Sicilia all'inizio del '900 dal famoso fotografo tedesco Wilheim Von Gloeden.

Abbigliamento dell'epoca
Ricostruzione dell'abbigliamento di una donna sepolta nella necropoli di Stefanelli ( Disegno G. Bonsignore)

I corredi restituiti dalle tombe di contrada Stefanelli comprendono materiale sia di produzione indigena, essenzialmente ornamenti di bronzo e vasi di ceramica ad impasto, sia di produzione greca.
Oltre alla tradizionale ceramica di impasto, analoga a quella nota nella più antica necropoli di Canale, ma qui talvolta realizzata con la nuova tecnica del tornio, i corredi sepolcrali comprendevano anche ceramica greca del VII sec. a.C., sia importata dalla madrepatria (soprattutto Corinto), sia di produzione coloniale, cioè locrese.
Comuni anche gli ornamenti di bronzo:fibule (spille per trattenere le vesti), ferma trecce, costituiti da nastri o fili di bronzo avvolti a spirale, anelli, per le dita sia delle mani sia dei piedi, e bracciali, portati ai polsi e sugli avambracci.
Fra i rinvenimenti più importanti la rappresentazione schematica in bronzo di una coppia abbracciata, oggetto che sappiamo veniva portato al collo appeso a una catenella, probabilmente un amuleto legato alla propiziazione della fertilità.
Oggetti di questo tipo, tipici dell'età del ferro calabrese, provengono da vari altri contesti funerari della regione: Torre Mordillo (CS), Torano Castello, Castiglione Paludi, Francavilla Marittima, Crichi -Simeri, Oppido Mamertina.
Fra gli oggetti di maggiore rilevanza alcuni scarabei, probabilmente di fabbricazione siro-fenicia:presenti esclusivamente nelle tombe femminili e infantili, dovevano essere utilizzati come amuleti per propiziare la fertilità femminile e la salute infantile, come dimostra anche il loro rinvenimento, in Grecia e in vicino Oriente, in santuari di divinità che tutelano questi due aspetti della vita umana.
Altra testimonianza dei contatti con il resto del Mediterraneo, un bracciale d'avorio realizzato sezionando una zanna di elefante, ulteriore dimostrazione della prosperità di questa comunità, che poteva permettersi l'acquisto di oggetti di lusso tipici dell'artigianato orientale.